16.000 avanti Cristo:
un Homo a sorpresa


di Lisa Maccari

Corriere del Ticino, 25 novembre 2004






Immaginiamo un popolo di omini alti un metro, con un cervello da scimpanzé, volto umano e andatura perfettamente bipede, equipaggiati con sofisticati strumenti di pietra, che si aggirano nella foresta umida tropicale a caccia di elefanti poco più alti di loro, e sfuggendo agli assalti famelici di lucertole giganti.

l'ambientazione di una saga fantasy? No, è lo spettacolo che sarebbe apparso a un visitatore che avesse messo piede sull'isola indonesiana di Flores diciottomila anni fa: quando l'Homo sapiens moderno dominava l'ambiente ormai senza rivali, le prime avvisaglie del Neolitico non erano lontane, e l'ultima specie affine conosciuta, quella dell'uomo di Neandertal, si era già estinta da oltre diecimila anni. Ma da Flores riemerge un cugino dimenticato, con il suo carico di curiosità, di dubbi e di stupore. Ad esso la rivista Nature ha dedicato la copertina il 28 ottobre.

Nell'arco di qualche mese, il gruppo guidato da Michael Morwood e Peter Brown dell'università di Armidale, in Australia, ha disseppellito i resti di almeno otto individui, accanto ai loro attrezzi in pietra e ai resti di animali cacciati e mangiati. Il sito è una cava di calcare nei pressi della località di Liang Bua, sull'isola dell'Indonesia orientale, non lontana da Timor e a circa 500 chilometri da Giava.Il più antico dei frammenti risale a trentottomila anni fa, il più recente a diciottomila. Lo scheletro più completo, scambiato inizialmente per un esemplare di giovanissima età, si è rivelato invece di un adulto di circa trent'anni, quasi sicuramente una femmina. A una capacità cranica di appena 380 centimetri cubici contrappone una struttura facciale delicata, non rozza o animalesca. Per la creatura, ben distinta da ogni specie già nota, è stato coniato il nuovo nome di Homo floresiensis.

Al genere Homo appartiene senza dubbio. Postura, dentatura e proporzioni la rendono più vicina a noi che a qualunque altro primate esistente. Il suo aspetto generale potrebbe ricordare quello degli australopitechi, i più antichi ominidi dall'andatura sicuramente eretta. Ma questi, vissuti tra i quattro e i due milioni di anni fa, non uscirono mai dall'Africa: il primo vero colonizzatore dell'Asia fu l'Homo erectus, che in un arco temporale compreso tra un milione e mezzo e ottocentomila anni fa si spinse fino all'estremo Oriente. Questo ominide aveva un cervello pari all'incirca ai due terzi del nostro, costruiva strumenti litici elaborati, ed era in grado di usare e controllare il fuoco. Non fu, tuttavia, un nostro antenato diretto: le specie umane successive, compresa la nostra, derivarono da altri ceppi rimasti in Africa e migrati oltre in tempi successivi. Nonostante l'apparente successo evolutivo l'erectus, qualche centinaio di migliaia di anni fa, si estinse senza lasciare discendenti.

O almeno, così si credeva. Ma il nuovo arrivato, già soprannominato hobbit da qualche appassionato di letteratura fantastica, da dove spunta? Anatomicamente lontano dal sapiens, che prosperava nella sua stessa epoca, la nuova specie non può essere che un discendente tardivo dell'erectus stesso, sopravvissuto molto più a lungo in circostanze estreme. A sorprendere è la taglia così ridotta: il suo progenitore era alto almeno un metro e mezzo, con una capacità cranica più che doppia di quella degli scheletri ritrovati a Flores.



A interpretare questa curiosa variante ci viene in aiuto un fenomeno già noto: una popolazione che rimane per lungo tempo circoscritta in una regione isolata può deviare verso taglie anomale. Gli elefanti nani che condivisero il territorio di Flores, o gli enormi varani ancora esistenti sulla vicina isola di Komodo, ne sono un esempio. L'Homo floresiensis dimostra che neppure gli umani sfuggono a questa tendenza, che però non spiega le dimensioni ridotte del cervello. Difficilmente le forme pigmee rinunciano alle conquiste di un sistema nervoso sviluppato: gli umani moderni più piccoli del mondo hanno risparmiato sulla struttura ossea e sulla lunghezza degli arti, ma hanno mantenuto teste del tutto simili a quelle originarie e identiche capacità intellettive. Il cervello dell'uomo di Flores, dopo la stagione di grande sviluppo rappresentata dall'erectus, era tornato indietro a dimensioni tipiche degli australopitechi, di pochissimo superiori a quelle di uno scimpanzé attuale.

Questo non basta a trarre conclusioni sulla sua intelligenza. Tutto ciò che le ossa testimoniano è la dimensione totale dell'encefalo, ma nulla possiamo dedurre sulla sua struttura interna. L'Homo floresiensis potrebbe aver mantenuto una corteccia cerebrale spessa e complessa, nonostante le dimensioni ridotte, ed essere quindi capace di attività coscienti elaborate, di pensiero e di astrazione. La qualità dei suoi strumenti di pietra, molto superiore a quella di qualunque ominide africano arcaico, sembrerebbe dimostrarlo. Non siamo certi che sapesse controllare il fuoco, come i suoi antenati: nel corso della sua evoluzione isolata, potrebbe anche aver dimenticato questa abilità, dedicandosi ad altro. Non sappiamo neppure fino a quando sia vissuto: secondo un'ipotesi sommaria, potrebbe essere stato spazzato via da un'eruzione vulcanica dodicimila anni fa. Con ogni probabilità, era ancora vivente quando l'uomo moderno giunse nella zona, ma il chiedersi se e in che modo le due specie si siano mai incontrate rimane per ora un puro esercizio di fantasia. La scoperta, ad ogni modo, ha ravvivato anche le passioni dei cultori di criptozoologia: se una specie di ominide dimenticata ha potuto sopravvivere fino a tempi così recenti, quante altre potrebbero aver fatto lo stesso? E chi può escludere che, in qualche recesso inesplorato del nostro pianeta, possano esservene ancora? I cercatori di yeti, i fotografi di Bigfoot e i cultori locali dell' Orang pendek e dell'Ebu Gogo sono in fibrillazione. La speranza è oggettivamente molto labile, ma qualcuno continua a coltivarla. Potrebbe perfino, qualcuna di queste leggende, mascherare il lontanissimo ricordo diretto di un incontro?



Certo è che l'uomo di Flores, qualunque cosa sia, non è un nostro antenato: si tratta di un ramo secco della famiglia umana, nostro parente come un vecchio prozio morto senza figli. Anche nell'ipotesi estrema che possa essere avvenuto qualche accoppiamento misto, con ogni probabilità sarebbe stato infertile. Perché, dunque, tanto interesse e scompiglio nel mondo scientifico? Non ne viene incrinata la nostra storia diretta, né la ricostruzione delle prime grandi migrazioni. Neppure la curiosità di una specie nana selezionata su un'isola è in assoluto una novità. Ma l'Homo floresiensis dà l'ultimo colpo alla concezione ingenua di una "marcia del progresso" lineare e omogenea, in cui le specie protoumane si sarebbero succedute con ordine, una sola alla volta, dalla più primitiva alla più evoluta.

Che si trattasse di un'illusione era già chiaro da qualche decennio: è ben dimostrata la vasta varietà di ominidi, simili e diversi allo stesso tempo, che qualche milione di anni fa affollarono l'Africa tutti contemporaneamente. Le prove del rapporto quasi paritario con i neandertaliani, sostenuto per migliaia di anni, avevano mostrato che questa pluralità non si era fermata alla primissima fase della nostra evoluzione. Ma i destini del sapiens e del neandertalensis si erano separati non più di quattrocentomila anni fa: più che di cugini, si trattava di fratelli molto prossimi. L'ultimo antenato comune tra noi e l'uomo di Flores si perde invece nel profondo delle origini, a monte della prima grande migrazione dall'Africa, forse un milione e mezzo di anni fa: progenitore di esseri profondamente diversi, ma indubbiamente entrambi umani, in grado di spazzare via l'ultimo residuo della nostra presunzione di unicità. Lo hobbit di Flores è una persona o un animale? E soprattutto, ha ancora senso questa distinzione così netta? Se l'avessimo incontrato vivo, avremmo dovuto preoccuparci di custodirlo in un parco zoologico o di mandarlo a scuola? Forse, piuttosto, avremmo dovuto fronteggiare l'eventualità di comunicare con lui da pari a pari.








Bonobo, umani e altre scimmie

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